https://www.youtube.com/watch?v=ohaFySwuYqc
Henryk Goldzmit (1878-1942), medico ed educatore ebreo polacco che come scrittore usò lo pseudonimo di Janusz Korczak, continua il suo lavoro di assistenza ai 200 orfanelli che gli sono stati affidati nel ghetto di Varsavia. Pur avendo avuto più di un'occasione di salvarsi, va a morire con loro nel lager di Treblinka. Difficile fare un film (o un romanzo) sul Bene, difficilissimo farlo su un santo laico. Grazie alla sceneggiatura di Agnieska Holland e all'energia interpretativa di Pszoniak (memorabile Robespierre nel Danton dello stesso regista), Wajda ci è riuscito, ritornando ai temi dei suoi film degli anni '50, alla tragedia della Shoah che aveva già raccontato in Samson (1961) e al bianconero. Qualche cedimento retorico e un epilogo poeticizzante e pleonastico sono i peccati minori di un film forte e straziante con due o tre momenti assai belli. Poiché, all'Ovest come nell'Est già socialista, è tornato a soffiare negli anni '90 il vento barbaro dell'antisemitismo, è anche un film attuale.
un film di: A.Wajda
musiche: Wojciech Kilar
Interpreti: Karolina Czernicka (Natka), Ewa Dalkowska (Stefa), Wojcieh Klata (Szloma), Piotr Kozlowski (Heniek), Agnieszka Kruk (Ewka), Wojtek Paszoniak (Dr. Korczak), Adam Siemion (Abramek), Marzena Trybala (Estera)
Trama:
Il medico e scrittore Janusz Korczak è un ebreo polacco. Educatore, è anche il responsabile di un orfanotrofio di Varsavia in cui accoglie e cura circa duecento bambini. Durante l'invasione nazista della Polonia, è stato costretto a trasferire la sua "Casa dell' Orfano" all'interno del ghetto ebraico, dove prosegue nel suo operato. Korczak è impegnato su più fronti. Se da una parte deve confrontarsi con le esigenze materiali e con i problemi di convivenza dei suoi ragazzi, dall'altra deve mediare per la sopravvivenza dell'orfanotrofio con le figure di rilievo politico all'interno del ghetto. Per un lungo periodo egli riesce a evitare che i costanti rastrellamenti tedeschi tocchino i suoi protetti, rinunciando alle numerose occasioni che gli si prospettano per mettersi in salvo. Fino al 6 agosto 1942, giorno in cui Korczak deve scortare i suoi bambini, ignari della sorte che li attende, fino al campo di concentramento di Treblinka, dove moriranno tutti.
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Critica 1: Difficile fare un film (o un romanzo) sul Bene, difficilissimo farlo su un santo laico. Grazie alla sceneggiatura di Agnieska Holland e all'energia interpretativa di Pszoniak (memorabile Robespierre nel Danton dello stesso regista), Wajda ci è riuscito, ritornando ai temi dei suoi film degli anni '50, alla tragedia della Shoah che aveva già raccontato in Samson (1961) e al bianconero. Qualche cedimento retorico e un epilogo poeticizzante e pleonastico sono i peccati minori di un film forte e straziante con due o tre momenti assai belli. Poiché, all'Ovest come nell'Est già socialista, è tornato a soffiare negli anni '90 il vento barbaro dell'antisemitismo, è anche un film attuale.
Uno dei film più attesi degli ultimi anni dagli amanti del cinema di genere e dai curiosi o appassionati di cinema dell’Asia, Snowpiercer, il più costoso film mai prodotto in Corea, è il raro caso di un’opera d’autore di grandi ambizioni commerciali che non immola la visione del suo regista sull’altare del successo di botteghino. In tal senso, per Bong Joon-ho, regista d’immenso talento, funambolo capace di tenersi in equilibrio tra cinema popolare e rilettura critica, caustica o giocosa del genere, si tratta di una riuscita epocale. Quali che siano gli esiti del box office sul mercato internazionale, Bong ha portato sullo schermo il suo classico di fantascienza, che non è solo un’efficace opera di intrattenimento (seppure saldamente collocata all’estremo oscuro dello spettro dell’intrattenimento), ma anche una profonda riflessione filosofica sulla natura dell’uomo e le sorti dell’umanità, cupa e inquietante, disperata e appropriatamente raggelante, ma al contempo venata – come sempre in Bong – di sapida ironia e aperta, nel finale ad un abbacinante raggio di speranza.
Siamo insomma di fronte ad un cinema profetico che nell’immediato molti probabilmente rifiuteranno, ma che lascerà il segno, come negli ultimi decenni Blade Runner, Brazil, Strange Days o The Matrix. Nel treno-mondo di Bong, costruito in scenografie geniali (di Ondrei Nekvasil) e intriso di oscurità e luci cangianti (magistrale fotografia di Hong Kyung-pyo), s’incontra oltretutto un vero melting pot che riflette inevitabilmente (e sanamente) la prospettiva non-occidentale dell’autore.
E quindi, a fianco di un intensissimo Chris Evans, di un irrequieto Jamie Bell e un ineccepibile John Hurt, troviamo l’ineffabile Song Kang-ho e l’inattesa Go Ah-sung, nonché un’inarrestabile Octavia Spencer. Su tutti troneggia però Tilda Swinton, crudele, robotica e ironica; c’è da scommettere che il personaggio di Mason le rimarrà cucito nella memoria collettiva ad vitam. E c’è pure da sperare che Snowpiercer di Bong attraversi imperterrito gli esiti critici e commerciali presenti, lasciando la traccia imperitura dell’autentico capolavoro. Fonte Trama
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